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L'italiano in televisione

scritto il 24/01/2011

L'altra sera ho visto Kalispera.

Se apprezzate le rime è un buon inizio se siete preoccupati per la mia salute mentale vi ringrazio e non posso certo rassicurarvi; i miei gusti televisivi sono specchio del mio disagio mentale che spesso vira in forme di patologia trash.

Quindi, assodato che il mio quadro clinico è sconfortante ed evitato accuratamente ogni commento sull'esistenza di una televisione di regime e sulla presenza di un salotto mediatico di tale portata, mi soffermo su quanto di nostro interesse.

Il conduttore, nello specifico un direttore di rotocalchi, si è perfidamente divertito a dettare tre frasi da prima media all'ospite di turno, nel caso un discendente monarchico, che ha fatto una figura ignobile nel trascriverle alla lavagna. Fin qui nulla di così grave se non inorridire o partecipare commossi alla grassa ignoranza dell'ospite. Il messaggio che passava però era tristemente grave.

Poco importa parlare italiano come un'analfabeta tanto si possono lo stesso guadagnare soldi e rispetto. Il messaggio che passava era che la lingua italiana in Italia non serve. Il messaggio, inoltre, proveniva dallo strumento che è il primo educatore lessicale del nostro tempo.

Non credo di essere un noioso trombone né un intellettuale snob, sono uno che cerca solo di applicare le regole che ha studiato e lo faccio sotto il riflettore di un mestiere che mi espone.
Faccio errori anch'io e me ne prendo la responsabilità ma i miei errori li pago e non diventano motivo di divertimento e gioco in un salotto che fa diventare lecito non saper parlare in italiano.

Il punto è che nella trasmissione di Signorini c'era il reato (l'uso improprio della lingua italiana), il colpevole (il rampollo di nobile discendenza) il movente reale (far divertire il pubblico e umanizzare il personaggio) ma secondo me c'era un altro movente, che ritrovo in tante altre trasmissioni “di parola” della televisione italiana, che è quello di relativizzare la lingua corretta.

Questo è un aspetto inquietante perché un popolo che non sa parlare correttamente molto spesso può capire male, può male interpretare, può peggio giudicare e, in conclusione, può facilmente commettere errori di valutazione.

Non penso minimamente di attribuire al conduttore, alla trasmissione e alla rete che la trasmette alcuna colpa così pesante ma vivendo in questo tempo mi è fin troppo chiaro che da molte parti potrebbe esistere l'interesse a che la valutazione di chi ascolta venga inquinata. Lo stereotipo che passa è che serve sempre meno per avere sempre di più e la conseguenza è che adattarsi a questo andazzo fa perdere la capacità critica di comprendere ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, non solo grammaticalmente.

Perciò, in conclusione, sarei almeno lieto se non fosse una risata a seppellire la lingua italiana e con lei tutti noi.

Raffaele Vacca


scrittura, televisione






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