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Se non hai capito te lo ripeto |
scritto il 26/10/2011 |
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Torno a parlare di comunicazione verbale per farvi notare alcuni aspetti che se messi insieme fanno un modo nuovo (e peggiore) di comunicare.
Chi ha un abbonamento a Sky o frequenta alcuni canali del digitale terrestre ha la possibilità di vedere diversi format di importazione anglosassone. I temi sono i più svariati: dal ricostruire a trovar casa, dal fare torte a educare bambini terribili, dal comprare il vestito da sposa a far organizzare il matrimonio dal futuro marito. Che siano game, reality o talent show lo schema dialettico è sempre identico. Si stereotipizzano i protagonisti e si fanno muovere in ambienti con dinamiche più o meno vere o sceneggiate ad arte per farne emergere le caratteristiche e soprattutto i conflitti. Fin qui niente di nuovo né di strano. La televisione è finzione e queste trasmissioni sono la spettacolarizzazione di questo aspetto.
Il punto che è importante, per il mio mestiere, è la ripetizione.
Il potere di concentrazione di chi guarda la tv è basso sia perché si può essere intenti a fare dell¹altro sia perché si potrebbe non essere particolarmente coinvolti.
Già le soap puntavano sul fatto di far capire bene ciò che succedeva (che era sempre molto poco) allungando il brodo e dedicando molto tempo/puntate a una singola azione. I nuovi format invece reiterano i concetti.
Mi spiego meglio, succede che il cuoco A vinca una sfida. L'azione trasmessa dura 3 minuti, segue uno stacco pubblicitario e quando la storia riprende si riassume quello che è successo prima della pubblicità (con le stesse immagini e parole) ma più in breve. Ad inizio della nuova puntata avremo il riassunto della puntata precedente e in finale il riassunto dei punti salienti di quanto avvenuto e il prequel della puntata successiva.
Visto che gli stacchi pubblicitari italiani sono diversi da quelli anglosassoni il risultato sarà vedere la stessa azione almeno 4 volte ogni mezzora spesso senza passaggi di spot intermedi.
Voi direte ma se gli americani sono "distratti" cosa ci importa a noi. Molti sono invece i segnali per i quali ce ne dovrebbe importare. Intanto che questo modo di fare televisione sta prendendo campo anche da noi e soprattutto è il pensiero che sta sotto questo modo di sceneggiare che mi irrita.
È come se la televisione ci desse il permesso di distrarci, di abbassare la guardia. Questo induce a diminuire la soglia di attenzione anche in altre situazioni della vita dove invece siamo chiamati a capire bene alla prima.
Mi da fastidio che uno sceneggiatore presuma che io non capisca e mi ripeta quattro volte in mezzora un concetto banale, addirittura con le stesse parole. Mi sento usato e mi disturba l'imbarbarimento della dialettica e il sottinteso che se io non capisco ci sia uno disposto a rispiegarmelo per filo e per segno, perché nella realtà non succede.
Volete che ve lo ripeta? Raffaele Vacca
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